Farmaci Equivalenti

Farmaci equivalenti: ancora diffidenza?

Farmaci equivalenti: utilizzo nel mondo

A livello mondiale il consumo di farmaci equivalenti nei vari Paesi non è uniforme. In Europa risulta più basso in Polonia, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Irlanda e Italia con percentuali che si aggirano intorno al 10-15% del totale delle prescrizioni. Regno Unito e Paesi Bassi raggiungono un tasso di prescrizione che supera il 60%. Negli Stati Uniti l’impiego degli equivalenti si aggira invece addirittura intorno all’85%.

In Italia, nonostante il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) adotti soluzioni che tendano a favorirne l’impiego, il consumo degli equivalenti rimane particolarmente basso. Non solo i pazienti, ma spesso anche gli operatori sanitari nutrono forti dubbi in merito alla possibilità di utilizzare un farmaco equivalente.

A livello mondiale il consumo di #FarmaciEquivalenti nei vari Paesi non è uniforme. In Italia il 10-15% del totale delle prescrizioni riguardano questi farmaci | #ECM #Farmacista Condividi il Tweet

Questo nonostante la letteratura scientifica indipendente non evidenzi alcuna differenza tra farmaci originatori ed equivalenti in merito a efficacia e sicurezza. Anche dai sistemi di farmacovigilanza, nazionali e internazionali, non sono emersi segnali di possibili effetti indesiderati diversi da quelli già noti per i farmaci di riferimento.

Lo scarso utilizzo degli equivalenti è probabilmente imputabile a un tipo di comunicazione controversa, frutto di interessi economici pressanti e indirizzata troppo sul risparmio generato dal loro utilizzo, piuttosto che sui criteri e i requisiti qualitativi di base, impiegati per la loro approvazione.

I procedimenti e i controlli di qualità adottati per la produzione dei farmaci equivalenti devono rispettare le stesse linee-guida sancite dalle Norme di Buona Fabbricazione utilizzate per la produzione di tutti i medicinali. Tuttavia i produttori di medicinali equivalenti non devono ripetere gli studi di sicurezza ed efficacia già condotti dal produttore del medicinale originatore.

Farmaci equivalenti: cosa sono?

Il medicinali equivalenti, chiamati inizialmente generici, sono farmaci che hanno lo stesso principio attivo del farmaco di marca.  Possono essere messi in commercio solo dopo che sono scaduti il brevetto e il certificato complementare di protezione del farmaco innovatore.

I medicinali equivalenti sono farmaci di pari efficacia e sicurezza rispetto ai farmaci di riferimento. Offrono le stesse garanzie di qualità e la letteratura scientifica ne supporta la sostituibilità e l’equivalenza terapeutica.

Un medicinale equivalente può essere definito come un prodotto essenzialmente simile al farmaco innovatore. Non solo è un equivalente farmaceutico, avendo la stessa composizione quali-quantitativa di principio attivo, comparabile profilo di impurezze e forma farmaceutica equivalente, ma è anche bioequivalente.

I #FarmaciEquivalenti hanno pari efficacia e sicurezza rispetto ai #FarmaciOriginatori. Offrono le stesse garanzie di qualità e la letteratura scientifica ne supporta la sostituibilità e l’equivalenza terapeutica | #ECM Condividi il Tweet

Due medicinali si definiscono tra loro bioequivalenti se è dimostrata l’equivalenza della biodisponibilità del principio attivo contenuto nei due farmaci in seguito alla somministrazione della stessa dose ad un gruppo di volontari sani.

La biodisponibilità del principio attivo è la quantità e la velocità con cui il principio attivo rilasciato dalla forma farmaceutica si rende disponibile per la circolazione sistemica.

Perché costano meno?

L’immissione in commercio di una nuova specialità medicinale è vincolata a tempi di ricerca molto lunghi, che oscillano tra i 10 e i 15 anni. Comporta inoltre un ingente dispendio di risorse economiche, completamente a carico dell’industria farmaceutica che per prima ha scoperto la molecola.

Gli equivalenti invece, possono e devono essere venduti a prezzi inferiori in quanto le aziende produttrici sono esentate dalla conduzione sia degli studi pre-clinici sia degli studi clinici.

In Italia il prezzo al pubblico dei medicinali equivalenti deve essere di almeno il 20% inferiore rispetto al prezzo del farmaco di riferimento. Spesso si raggiungono però percentuali più alte.

Cos’è la bioequivalenza?

Secondo quanto riportato dalle linee-guida dell’EMA e dell’FDA, due prodotti sono considerati bioequivalenti quando le loro biodisponibilità, ottenute in seguito a somministrazione della stessa dose, sono così simili da non comportare differenze significative in termini di efficacia e sicurezza.

Due prodotti sono considerati bioequivalenti quando le loro biodisponibilità sono così simili da non comportare differenze significative in termini di efficacia e sicurezza | #FarmaciEquivalenti #ECM #Farmacista Condividi il Tweet

Gli studi di bioequivalenza sono condotti sui profili plasmatici dei due farmaci e sono basati sul raffronto dei parametri farmacocinetici che caratterizzano la biodisponibilità (velocità e quantità di principio attivo che viene ceduta dalla forma farmaceutica e resa disponibile nel circolo sistemico):

  • Tmax: il tempo necessario per il raggiungimento della massima concentrazione plasmatica del farmaco. Il Tmax è un indice della velocità di assorbimento del farmaco.
  • Cmax: la massima concentrazione plasmatica raggiunta dopo somministrazione orale.
  • AUC: l’area sottesa alla curva delle concentrazioni plasmatiche di farmaco in relazione al tempo. È una misura del grado dell’assorbimento di un farmaco.

Quello che si deve dimostrare è che la quantità di principio attivo assorbita è sostanzialmente la stessa di quella del farmaco di riferimento. Si confrontano le concentrazioni di farmaco nel sangue e i tempi nei quali viene assorbito il principio attivo dei due farmaci a confronto.

Se questi parametri non sono diversi, i due farmaci si definiscono bioequilvalenti. Non ci sono ragioni per pensare che abbiano effetti diversi, sia per quanto riguarda l’efficacia che la tollerabilità.

Come vengono condotti gli studi di bioequivalenza?

Gli indici di biodisponibilità sono ottenuti in seguito a somministrazione singola del farmaco equivalente e di quello di riferimento a un campione di volontari sani, composto in genere da 18-36 soggetti.

I test di bioequivalenza hanno come obiettivo quello di dimostrare che le biodisponibilità di due prodotti sono essenzialmente simili, in termini di valori medi dei parametri farmacocinetici e dei loro intervalli di confidenza e che le differenze oscillano entro un intervallo di variabilità ritenuto compatibile con l’equivalenza terapeutica.

La comunità scientifica è concorde nel sostenere che due farmaci sono bioequivalenti quando il rapporto dei parametri della loro biodisponibilità (es. rapporto delle Cmax) non supera il limite prefissato di ± 20% (che nel confronto del rapporto dei valori medi di AUC e Cmax corrisponde all’intervallo 0,80-1,25). La bioequivalenza può considerarsi dimostrata solamente se anche l’intervallo di confidenza delle misurazioni rientra nei limiti di accettabilità.

Due #farmaci sono bioequivalenti quando il rapporto dei parametri della loro biodisponibilità non supera il limite prefissato di ± 20% | #ECM #FarmaciEquivalenti #Farmacisti Condividi il Tweet

 

Curva bioequivalenza-farmaci equivalenti-professione farmacia
Farmaci equivalenti: curva di bioequivalenza

Quali sono le evidenze nella letteratura?

Nonostante gli studi di bioequivalenza siano universalmente ritenuti sufficientemente adeguati per stimare in modo surrogato l’equivalenza terapeutica tra due formulazioni, spesso nella letteratura scientifica vengono pubblicati articoli che mirano a screditare la validità di tali criteri e a scoraggiare l’uso degli equivalenti, riportando qualche volta esperienze aneddotiche.

In ambito cardiovascolare, ad esempio, una meta-analisi condotta con l’obiettivo di riassumere le evidenze relative al confronto tra farmaci equivalenti ed originatori utilizzati nelle malattie cardiovascolari non ha evidenziato alcuna differenza di rilievo in merito a efficacia e sicurezza.

Le rigorose normative che disciplinano il controllo della qualità e l’immissione in commercio dei #FarmaciEquivalenti costituiscono una garanzia per l’efficacia e la sicurezza di questi prodotti | #ECM #Farmacista Condividi il Tweet

Anche in relazione ai farmaci antiepilettici, gli studi disponibili suggeriscono che vi sia equivalenza terapeutica tra equivalenti e originatori. I soggetti trattati con gli equivalenti (anche di marche diverse e quindi soggetti a switch tra diversi farmaci equivalenti) presentano un minor rischio di crisi convulsive di recidive in quanto risultano maggiormente aderenti al trattamento.

Le rigorose normative che disciplinano il controllo della qualità e l’immissione in commercio dei medicinali generici costituiscono una garanzia per l’efficacia e la sicurezza di questi prodotti. Le informazioni al momento disponibili in letteratura sono favorevoli a sostenere la sostituibilità dei farmaci di marca con gli equivalenti.

La tendenza a screditare l’uso dei farmaci equivalenti sembra essere maggiormente imputabile alla riduzione dei costi che la loro immissione sul mercato comporta necessariamente anche per i farmaci di riferimento e nella concorrenza esercitata direttamente sul mercato.

Farmaci equivalenti: il ruolo del farmacista

#FarmaciEquivalenti. La comunicazione al paziente è un momento essenziale per evitare sospensioni ingiustificate del trattamento | #ECM #Farmacisti Condividi il Tweet

L’utilizzo di farmaci equivalenti rappresenta uno scenario essenziale per ottimizzare l’efficienza dei sistemi sanitari e assistenziali, avendo la potenzialità di soddisfare una crescente domanda di salute, in termini sia di efficacia delle terapie, sia di sicurezza d’impiego.

È importante che il farmacista sappia che nessuno studio ha evidenziato rischi o inefficacia terapeutica dei farmaci equivalenti. Al contrario, tutte le evidenze disponibili sono favorevoli alla sostituibilità anche per i farmaci con stretto indice terapeutico e la tendenza a screditare gli equivalenti avviene principalmente per ragioni di mercato.

È importante inoltre chiarire ai pazienti che differenze negli eccipienti, nel confezionamenti o nell’aspetto dei farmaci equivalenti non comportano differenze nell’effetto terapeutico. I criteri di approvazione degli equivalenti sono sempre i medesimi, indipendentemente dal tipo di eccipienti.

La comunicazione al paziente è un momento essenziale per evitare sospensioni ingiustificate del trattamento.


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Articolo tratto dalla lezione del corso ECM Professione Farmacia
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